Unicobas: LIP? No grazie.

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In alto la bandiera del NO Sociale, contro l’opportunismo elettoralista della ‘sinistra’ che fu di governo, connivente sull’antidemocrazia sindacale e sugli attacchi al diritto di sciopero, complice del neo-liberismo e succube del consociativismo Cgil.

 

Care compagne e cari compagni, non sappiamo se al Teatro Brancaccio di Roma sia giunta notizia: l’onorevole Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, all’indomani dello sciopero con manganellate tambroniane sui pericolosissimi insegnanti ULTACINQUANTENNI di Unicobas e Cobas (Miur: 10 Novembre u.s.), presenta un emendamento alla legge di stabilità, come ci ricorda il “compagno giornalista-opinionista” di Repubblica, Marco Ruffolo.
Tale emendamento introduce “…due semplici obblighi: ciascun lavoratore deve comunicare all’azienda sette! (sic) giorni prima, la propria adesione allo sciopero, e il sindacato, se vuole revocare la protesta, deve informare il Garante con largo (ari-sic!) anticipo” per “evitare il problema che una manciata di piccoli sindacati, dalle sigle impronunciabili, riesca a scatenare il caos”.
Così si esprime la “guardia del popolo” Marco Ruffolo. Poco importa a quella “rivoluzionaria” penna che il diritto di sciopero (la revoca, ad esempio), sia già regolamentata da una legge, la 146/90, la quale prevede che gli scioperi possano venire revocati al massimo cinque giorni prima e che qualsiasi dichiarazione preventiva di adesione da parte del singolo lavoratore all’azienda, se resa obbligatoria (e addirittura con “largo anticipo”) costituisca la compressione di un diritto indisponibile costituzionalmente garantito.
Ruffolo non ha letto Don Milani e la sua “Lettera ai giudici“, ma evidentemente non l’avete letta nemmeno voi, care compagne e cari compagni della “Rinascente Compagnia della Sinistra Riunita” (…ma non troppo) apparsa sulle scene del teatro Brancaccio di Roma.
“Lo sciopero è un’ arma, […] arma incruenta. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti […]”.
L’hanno letta Fratoianni e Vendola, o Bersani, Speranza e D’Alema che (sia detto senza ‘malizia’ per gli ultimi tre) hanno anche votato per inserire IL PAREGGIO DI BILANCIO nella Costituzione? L’ha letta Gotor, che ha votato per il Jobs Act e la Buona Scuola? L’ha letta Civati? L’ha letta Montanari e l’ha letta Anna Falcone? Di più: l’ha letta Maurizio Acerbo (e se sì, dove sono le ‘piazze’ del PRC?), l’hanno letta gli eminenti Costituzionalisti del Comitato Nazionale per il No alla Riforma della Costituzione?
L’ha letta Francesco Sinopoli, segretario nazionale della Flc-Cgil, che in un comunicato sfacciatamente beffardo, pilatescamente chiama in causa 500 canuti (Ahi noi!), inermi e pacifici insegnanti contro altrettanti poliziotti bene armati – ed infatti i primi sono stati caricati e manganellati -, perché la violenza è sempre da “stigmatizzare”, e se c’è da una parte è facile che ci sia stata anche dall’altra …insomma per essersele sostanzialmente ‘cercate’?
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Pisapia, dal canto suo, sappiamo che ‘non v’appartiene’, poiché egli è stato ancora più ‘buono’ – e sino ad oggi, passando dal referendum del 4 Dicembre 2016 – tanto da dichiararsi urbi et orbi addirittura a favore della modifica dell’articolo 70 della Carta Costituzionale! Ma diciamo pure che siete accomunati da questa disattenzione.
L’avete letta, ed avete quanto meno “fiancheggiato” con il silenzio e l’indifferenza, questa nuova realtà repressiva rispetto al mondo del lavoro, o semplicemente non ve ne siete neppure accorti?
La stessa cosa diremo rispetto alle norme sulla Rappresentanza Sindacale, ma con la variante che queste le conoscete molto bene, perché ve le abbiamo sottoposte noi (e in tempi ‘non sospetti’, quando insieme s’articolava la campagna per il No). Quelle norme che consegnano ai Confederali firmatari di contratto e ‘maggiormente rappresentativi’ assai, l’esclusiva della titolarità negoziale e di qualsiasi diritto sindacale.
Quelle norme che utilizzano nel settore Pubblico una formula elettorale proporzionale (la qual cosa dimostra che il proporzionale in sé può essere usato anche a fini ultra-maggioritari).
Sembrerebbe una sorta di ossimoro arrivare ad un risultato ultra maggioritario attraverso una formula proporzionale: altro che Rosatellum! Ma è proprio così, le norme sulla rappresentanza sindacale, nel Pubblico Impiego, prevedono che la base di computo della rappresentatività nazionale siano le elezioni delle Rsu elette in ogni unità lavorativa.
Indubbiamente una trovata geniale, come se alle elezioni politiche si chiedesse ai partiti di presentare candidature e liste per ogni seggio e poi di raggiungere almeno il 5%, pena il venire espunti anche da comuni e municipi: quanti dei vostri partiti e partitini di riferimento sarebbero stati in grado di sopravvivere 20 anni a norme del genere?
C’è di più: i sindacati considerati ‘non maggiormente rappresentativi’ (un ossimoro) possono partecipare, ma non hanno diritto d’affissione, né di assemblea nelle unità lavorative dove devono, per partecipare al ‘giochino’, presentare la propria lista (e se riescono a presentarla ugualmente, non possono far conoscere il proprio programma a chi li dovrà eventualmente votare).
Devono cercarsi candidati, presentatori con firme autenticate, presentare piattaforme, senza poter nemmeno entrare nei posti di lavoro! Devono vincere le elezioni senza avere gli spazi garantiti di propaganda. Altro che ‘par condicio’, quella che voi invocate alla commissione di vigilanza della Rai… Altro che democrazia, altro che “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.
Se vuoi partecipare effettivamente all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese anche scegliendo la delegazione sindacale trattante al livello nazionale, caro lavoratore del pubblico, non devi solo iscriverti ad un sindacato ma anche votarlo e farlo votare in massa.
E come? Facendo votare e votando per i sindacati che siano riusciti a presentare una lista all’interno di ogni singola unità lavorativa per le elezioni Rsu. Pazienza se qualche “sindacatino” con migliaia di iscritti ma che non sia già stato annoverato tra i ‘maggiormente rappresentativi’, debba presentare le sue liste ricorrendo all’ incantesimo acquatico di Harry Potter, e una volta presentata la lista debba rinnovare l’incantesimo perché non può affiggere nemmeno un manifesto.
Ma, come ben sapete, non è ancora tutto. Un’altra ‘postilla’ si aggiunge al corollario della legge Bassanini: trattasi dello sbarramento del 5%, percentuale che deve risultare dalla “media” tra gli iscritti a quel sindacato sul totale dei sindacalizzati e i voti validamente espressi per quel sindacato, soglia necessaria alla conquista della rappresentatività nel sistema pubblico. Come dire: caro elettore se vuoi avere rappresentanti in Parlamento devi per forza iscriverti al partito politico che intendi votare, ci vuole anche l’iscrizione, il tuo voto (elemento cardine in ogni democrazia) non basta!
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Qualcuno dirà: ma se allora è così basta fare le coalizioni… E no, care compagne e cari compagni: sono proibite dalla stessa Bassanini. Davvero questa è la definitiva “furbata” di Pulcinella, di fronte alla quale anche un bambino di dieci anni esclamerebbe: ”Basta: è un trucco per far vincere sempre gli stessi! Non si fanno così le regole!”.
Su queste questioni abbiamo ricevuto solo silenzio, un silenzio assordante, dal COMITATO (nazionale) DEL ‘NO’. In voi, care compagne e cari compagni (o, se preferite, cara compagnia cantando), queste regole truccate non destano sdegno né interesse. Molto semplicemente, vi limitate ad ignorarle, sebbene proclamiate di essere la rinata, rinascente, rifondata, rifondante, ‘autoconvocata’, democratica e persino ‘libertaria’ sinistra.
Forse sarà che siete (…ancora) ‘operaisti’ e le sorti del settore pubblico, tre milioni di lavoratori, non vi interessano. Forse dovremmo chiederlo agli operai della Fiat o a quelli dell’Ilva e dei rispettivi indotti, per esempio, quali siano le “magnifiche sorti e progressive” in cui versano e di cui le politiche di calmieramento salariale, avallate dall’olimpica indifferenza di fatto dei ‘parolai rossi’, sono direttamente responsabili.
Certo, nel privato in via assiomatica e teorica è ancora possibile che la rappresentatività all’interno della singola unità lavorativa sia sottoposta al solo computo degli iscritti di un determinato sindacato.
Peccato che per anni sia stata imposta la vergognosa quota di riserva del 33% garantito a priori ai Confederali nelle elezioni RSU, peccato che le norme destinate a determinare la rappresentatività ai tavoli della contrattazione nazionale siano inesistenti e regolate da accordi pattizi tra Confindustria e Confederali, che laddove i sindacati di base riescano a fare iscritti e si ricorra alle nuove elezioni Rsu, per poter presentare le liste venga imposta (a meno che non intervenga un magistrato, come nell’unico casus nazionale: sentenza ottenuta dall’Unicobas nei porti di Livorno e Piombino), la firma della famigerata “esigibilità contrattuale” (Accordo del 31.5.2013, sancito di nuovo nel Gennaio 2014).
Questo impone di sottoscrivere contratti ed accordi-truffa validi anche nell’unità produttiva e rinunciare persino a scioperare. Peccato che anche laddove contro l’esigibilità contrattuale il magistrato ne dichiari l’illegittimità perché atto coercitivo e condotta antisindacale, si proceda poi agli accorpamenti degli enti per imporre che si ricominci da capo con una diversa e più ignara platea di lavoratori.
Ma tutto questo non vi indigna: vi indignano (come leggiamo dal programma del Comitato del No di Roma), e giustamente, le sorti dei randagi abbandonati, ma quelle della democrazia sindacale non sollevano in voi nemmeno la più piccola perplessità, tanto che la sinistra rinata, rinascente, rifondata, rifondante, ‘autoconvocata’, democratica, costituente, costituzionalista e persino sedicente ‘libertaria’ del Brancaccio (prima di dividersi per l’ennesima volta) non ha MAI (sin dall’Assemblea nazionale del 18.6.2017) sentito la necessità di invitare e FAR INTERVENIRE alle sue convention nazionali nemmeno un rappresentante del sindacalismo di base.
Da tutti voi, tappeto rosso solo per i partiti, da D’Alema a Gotor (un buon rappresentante di quelli che hanno votato la L. 107/2015). Non sentite neppure oggi il dovere di pronunciarvi né sul diritto di sciopero, né sulle manganellate agli insegnanti del 10 novembre (…dopo una lunga collaborazione, neppure tre righe di solidarietà, neanche dal Comitato del No di Roma, ospitato presso la sede nazionale Unicobas per più di un anno). Forse eravate troppo impegnati ad ascoltare con grande interesse Anna Falcone (ex PSI) e Tommaso Montanari, cresciuto nella P-Scalfari (‘azienda’ capace di uno straordinario endorsement verso Berlusconi, il ‘nuovo’ che avanza) ed in Lib&G, quell’elitaria compagine capace solo di stravolgere ed invertire nomi e (ben più nobili) tradizioni politiche. Poi, di certo, non potevate perdervi il prezioso apporto di Miguel (‘son mi’) Gotor, altra grande speranza per il futuro della ‘causa’ e del Paese.
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Vi abbiamo visti: eravate troppo impegnati a ‘costruire’ (sic!) quella coalizione di forze che, mutatis mutandis, ad altri (in campo sindacale) è negata (e, badate bene, a sinistra, il divieto ad occuparsi di tali questioni non viene certo da Berlusconi, dalla Lega e dai rigurgiti fascisti).
Tutto questo non dimostra in modo lampante come la legge Bassanini sull’antidemocrazia sindacale sia un prodotto delle deviazioni anticostituzionali di questa Repubblica consociativa a pensiero unico governata per vent’anni almeno dal ‘centro-sinistra’?
Tutto ciò, evidentemente, per voi non ha rilievo costituzionale alcuno. Peraltro NESSUNO dei grandi ‘costituzionalisti militanti’ arruolati nel nuovo ‘frontismo’ da operetta ‘antirenziano’, s’era mai accorto di quale fine sia stata fatta fare da 20 anni alla democrazia sindacale: essi si sono occupati quasi esclusivamente di leggi elettorali, prima intrallazzando con il maggioritario ed infine (e non tutti) di nuovo con il proporzionale. Ed è così anche oggi: oltre il famoso (e certamente deleterio) ‘pareggio di bilancio importato nella Costituzione, la vostra attenzione va solo a scranni e soglie di sbarramento, come se la questione fondamentale fosse infine cercare di aggrapparsi a qualche residua poltrona in qualche angolo buio del Senato o della Camera dei Deputati.
Paradosso dei paradossi, la democrazia nel mondo del lavoro, non interessa punto i (lontani) reduci del pan-operaismo trontiano!
Non si tratta di domande retoriche, bensì della domanda principale che dovreste porvi: chi intendete rappresentare? Se tutto ciò per voi è ‘tabù’, quali cose allora, nell’ipotesi fantascientifica che vinceste le elezioni, cambiereste e soprattutto in che modo, con chi e per chi?
Del resto questa robaccia sull’antidemocrazia sindacale l’hanno votata nel Novembre 1997, insieme al PDS (e ben prima della scissione del PRC e dell’uscita di questo partito dall’area che appoggiava il governo Prodi), tutti gli esegeti delle sigle che, scomposte e ricomposte (ma sempre con lo stesso personale politico), oggi continuano ad entusiasmarvi: non solo D’Alema, Bersani, Speranza …quindi l’attuale MDP (e relativa residua ‘sinistra’ PD – sic!), ma anche SEL, Sinistra Italiana, L’Altra Europa per Tsipras e, naturalmente, Rifondazione Comunista (che degli epigoni di questi ‘nuovi’ soggetti ne conteneva un bel po’), un partito che invece di domandarsi seriamente come sia sceso dall’8% allo zero circa meno quasi, s’immagina ancora come mosca nocchiera della sinistra ‘di classe’.
Come vi scrivemmo immediatamente dopo il 4 Dicembre 2016 in una lettera aperta (1) sottoscritta anche da Ferdinando Imposimato e Nicola Tranfaglia, la vittoria del NO al referendum costituzionale è stata il segno evidente di una ribellione contro i tradimenti che da almeno trent’anni vengono perpetrati ai danni di cittadini e lavoratori: tradimenti operati contro la libertà, contro i diritti ed anche contro gli esiti delle consultazioni democratiche, come sta ad evidenziare la vicenda del referendum sull’acqua.
Questi tradimenti altro non sono se non chiare scelte politiche operate dai vari governi che si sono succeduti, comunemente caratterizzati da un indirizzo liberista e da operazioni di macelleria sociale che hanno determinato misure deleterie sull’istruzione, sui salari, sul diritto alla sanità, alla casa, alla libera circolazione delle persone; scelte sostenute da politiche di guerra, di privatizzazione, di razzismo.
Contro queste politiche la Carta costituzionale, da sola, non può esercitare tutele; occorre una “costituzione materiale” che esprima rapporti di forza capaci di impedire, attraverso il rilancio di una significativa stagione di lotte, ulteriori svolte autoritarie.
È alla costruzione di questa presenza nel Paese che da anni lavoriamo come sindacato di base, è alla costruzione di questo “nuovo radicalismo” che dobbiamo mirare, proseguendo la nostra pratica sindacale, ma anche collegandoci all’insofferenza sociale che ha dato vita al ‘No’, alla coscienza istintiva che ha voluto esprimere la ripulsa contro queste politiche, contro il primato del mercato, della speculazione, del business sulla cosa pubblica, dell’eliminazione delle protezioni e dei diritti del lavoro, dei diktat della Troika.
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Sta di fatto che, se vogliamo dare un senso alla vittoria del ‘No’, dobbiamo ripercorrere a ritroso almeno gli ultimi 30 anni, perché non c’è nulla da salvare: non le politiche sociali, del lavoro e sull’istruzione; non quelle sui diritti; men che meno la politica internazionale e sui migranti (al ‘carro’ della UE).
Se è vero che non c’è nulla da salvare, altrettanto vero deve essere lo sforzo per ricostruire ciò che è stato distrutto (in primis l’entusiasmo), con un programma serio e privo di compromessi, immediatamente capace di indicare senza ambiguità un novero esaustivo di vergogne da abrogare.
Eppure la definizione delle linee-guida per l’azione del ‘dopo-Referendum’ dei Comitati del ‘No’ (dettata dal Comitato Nazionale) s’è invece fermata all’impegno sulla mera legge elettorale. Una riduzione drastica dell’azione dei Comitati. Un ‘minimalismo’ che sottende ad una ben diversa politica: quella del ‘Ni’. Il Comitato Nazionale e, sulla scorta, le sue dépendances locali, paiono aver scelto la strada di un altro ‘tipo’ di ‘No’: un No a precisi impegni politici di sostanza. No alla ripresa/riapertura di una campagna referendaria contro la L. 107.
No ad una campagna, qui ed ora, per l’abrogazione della legge sulla ‘rappresentanza sindacale’. No, soprattutto, all’elemento decisivo: No alla creazione di un articolato programma destruens, senza il quale non può esserci pars costruens che provi ad includere chi non ha rappresentanza(poi vi lamentate dell’ “astensionismo”) e che proponga davvero una ‘agenda’ per il Movimento del No. Un Movimento che non si limita ai Comitati, né ai partiti che credono di esservi (aleatoriamente) ‘egemoni’.
In tutto ciò si dimentica:
a) il peso determinante del grande ‘No Sociale’ alla generale politica renziana e dell’Unione Europea, nell’ambito di una vittoria così ampia (che va anche oltre il ruolo dei sindacati di base che si sono spesi nel Novembre 2016 con un grande sciopero generale e sociale – ma solitario – nella battaglia referendaria). Un Movimento, quello del ‘No Sociale’, sul quale non s’è ancora riflettuto abbastanza, che ha quindi prima di tutto bisogno di capire (e di capirsi) per poter elaborare un percorso chiaro capace di fornire quell’identità (plurale) utile a costruire la necessaria unità, forza ed egemonia: tutto tranne l’omologazione alla questione elettorale, alla campagna elettorale, ai giochi della casta ed all’usuale teatrino della politica di bottega.Peraltro, quel voto plebiscitario ha avuto ben poco a che fare con la legge elettorale, tanto quanto i soli tecnicismi dei costituzionalisti (utili, ma non certo determinanti);
b) la necessità di dare un senso, oltre che all’impegno del sindacalismo di base, ai nuovi soggetti sociali, alle aggregazioni ‘irregolari’, a quanti sono fuori dalla politica del ‘Palazzo’, contro il non senso di una continua rincorsa dietro la Cgil.
Il vostro problema principale è quello di non saper operare un’autocritica effettiva e riparatoria su di un trentennio (almeno) di collaborazione attiva e fattuale con chi ha distrutto la sinistra in Italia, quindi di essere strutturalmente incapaci di impostare una linea politica diversa da quella che avete pervicacemente seguito negli ultimi 30 anni.
Il secondo problema è strettamente collegato al primo, ed è reso evidente dalla vostra sudditanza verso ‘mamma Cgil’. Nulla si può fare o scrivere che la Cgil non voglia, e la Cgil non vuole che si parli di democrazia sindacale.
Succubi della Cgil, avete accettato senza colpo ferire il finto referendum sul Jobs act, scritto in modo talmente ambiguo da non poter essere accettato dalla Cassazione (nessun quesito ha mai superato il vaglio se contenente una DOPPIA valenza). Quel finto referendum, lo sapete meglio di noi, era mirato solo ad una ricomposizione di equilibri di potere fra la Camusso ed il Governo Gentiloni, impostato sin dall’inizio su una mera trattativa al ribasso sui Voucher.
Con acquiescenza imbelle avete accettato nel 2016 il rifiuto da parte della Cgil di una campagna comune sui Referendum Sociali.
In modo altrettanto inconcludente avete digerito il totale boicottaggio della campagna referendaria per l’abrogazione della ‘Buona Scuola’ di Renzi operato dalla Confederazione Cgilche, con più di 5 milioni di iscritti, non ha raccolto neppure una firma fuori dal settore scuola.
Con inerzia totale avete ingoiato l’ambiguità della Flc-Cgil, impegnatasi solo in parte nella raccolta delle firme e poi ‘disorganizzata’ a tal punto da raccontare all’intero Comitato Referendario che quelle stesse firme fossero 515.000 anziché 467.000, così che venissero consegnate senza speranza alcuna (del numero reale abbiamo saputo dalla Cassazione).
Esempio lampante di questo compromesso al ribasso è la ‘nuova LIP’.
Nulla che possa infastidire mamma Cgil: Sì alla figura del Dirigente Scolastico (soggetto reintrodotto in luogo del preside elettivo). No all’uscita della Scuola dal campo di vigenza del DL.vo 29/1993, responsabile, già dal tempo del Governo (tanto) Amato di aver introdotto per i presidi (in un crescendo parossistico di autoritarismo che ha avuto il placet della Cgil, divenuti ‘dirigenti’ con la cd. ‘autonomia’ nel Settembre 2000) la definizione di ‘datore di lavoro’, senza la quale né il bonus ‘premiale’, né la chiamata diretta introdotti da Renzi sarebbero mai stati possibili.
Per il Pubblico Impiego, dai tempi del DL.vo 29/1993 vige la regola che gli ‘aumenti’ non possano superare l’inflazione programmata dalla parte datoriale (Ministro dell’economia). Per questo, ai tempi di Tremonti, col passaggio dalla lira all’euro, avemmo un rinnovo del 2% a fronte del dato Istat al 6% e di un aumento dei prezzi al consumo pari al 50%.
Per questo, dal 1995 abbiamo contratti sempre sotto l’inflazione dichiarata (dato Istat) e reale (incremento vero del costo della vita) e non potremo MAI neppure avvicinarci alla media retributiva europea, ove siamo (tenendo presente anche la diversità dei costi standard) all’ultimo posto, persino sotto a Grecia e Portogallo. O si esce dal pubblico impiego e dal campo di vigenza del DL.vo 29/1993, come l’Unicobas vuole da anni, o risulta PERSINO RIDICOLO parlare di stipendi (…europei) e ‘scandalizzarsi’ di un accordo miserabile da 85 euro lordi con una perdita secca di 15.000 euro netti in ben più di 10 anni di blocco contrattuale.
Con il DLvo 29/93 il governo Amato, col placet di CGIL, CISL, UIL (nella concertazione avvenuta negli accordi sul ‘Lavoro’ e sul ‘Costo del lavoro’), privatizza il rapporto di lavoro del Pubblico Impiego e della Scuola (ma non dell’Università, dei magistrati, dell’esercito, della sicurezza). Questo è il primo passo essenzialedell’impiegatizzazione del corpo docente.
Da allora non esiste più il ruolo, bensì l’incarico a tempo indeterminato (tipico un tempo del supplente annuale), o a tempo determinato per i precari, che sarebbe come dir loro ‘lasciate ogni speranza o voi che non siete entrati’. Il ruolo era soprattutto uno scudo a garanzia dell’autonomia della funzione docente e del rispetto del dettato costituzionale sulla libertà di insegnamento, tipico del lavoratore ‘non subordinato’ e professionale (valutabile, in caso di controversie, solo da chi ha competenze per farlo, com’erano i consigli di disciplina eletti previsti dai Decreti Delegati ed aboliti nel 2008 da Brunetta).
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Dulcis in fundo, la vexata quaestio degli automatismi d’anzianità. Il Dlvo 29/93 li cancella del tutto. Per la Scuola è stato seguito un ‘percorso a tempo’: il ‘congelamento’ non è che l’anticamera dell’eliminazione degli scatti. Erano biennali e sono stati trasformati in 6 ‘gradoni’: il primo di 3 anni, i successivi tre di 6 anni e gli ultimi due di 7 anni.
Anche senza alcun rinnovo contrattuale, oggi avremmo una retribuzione molto più alta se avessimo conservato quegli scatti. L’attuale, apparente, ‘sopravvivenza’ dei ‘gradoni’ è dal contratto del 1995 (quello che ha recepito i dettami del Dl.vo 29/93) del tutto aleatoria: infatti, dall’epoca non esiste più un ‘capitolato’ di spesa ove destinare fondi contrattuali per gli scatti d’anzianità. Tanto che la retribuzione degli scatti (‘congelati’ o meno) avviene a carico degli stanziamenti per il fondo di istituto. In parole povere, siamo sempre noi, Docenti ed Ata, a pagare: mentre aumentano i carichi di lavoro, per retribuire gli ‘scatti’ diminuiscono i fondi per gli straordinari, i progetti, le ore aggiuntive.
I fondi per le residue retribuzioni d’anzianità li rubano ai docenti ed agli ata da una tasca per metterli nell’altra: sono sempre a nostro carico.
La ‘nuova’ LIP non prevede l’istituzione di un Consiglio Superiore della Docenza (con diramazioni provinciali), adibito a garantire, così come per la Magistratura, l’autonomia, l’ambito disciplinare e la terzietà della Scuola pubblica.
In linea con una certa ‘sinistra’, anche i fautori della ‘nuova’ LIP non conoscono per la Scuola la battaglia giustamente sostenuta per 30 anni a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura, ma senza un’analoga battaglia la privatizzazione della Scuola e la sua subordinazione alle caste della politica ed agli interessi economici privati e di parte, è sicura.
La ‘nuova’ LIP non prevede un contratto specifico per la Scuola (per tutta la Scuola, docenti ed ata, dal momento che anche un collaboratore scolastico ha competenze di vigilanza che un usciere del ministero non ha, dal momento che gli aiutanti tecnici hanno competenze di coadiuzione educativa e gli amministrativi firmano bilanci di milioni che ovunque – a cominciare dal sistema privato – darebbero luogo a retribuzioni ben più alte).
Tutti sanno che l’attuale ‘minimalismo’ della LIP è stato voluto per mantenere il (peraltro solo nominalistico) ‘appoggio’ della Flc-Cgil. In compenso la ‘nuova’ LIP non gode dell’appoggio di nessun sindacato di base e s’è persa la nostra convinta collaborazione. La ‘nuova’ LIP s’è frantumata al suo interno e naviga in pessime acque, in compagnia unicamente degli ‘autoconvocati’, per il 99% Rsu della Cgil e della minoranza Cgil, espressione dei soliti partiti(ni) ‘di lotta e di governo’ che hanno fiancheggiato il PD-PDS negli ultimi 30 anni, mercanteggiando distacchi sindacali a carico dei contribuenti con la direzione della Confederazione.
D’altronde, la ‘nuova’ LIP s’è presentata sin dall’inizio (dal giorno successivo alla fine dei ‘lavori’ per la sua ‘revisione’) come ‘legge di iniziativa popolare’ sulla Scuola di Rifondazione Comunista. Basta andare sul sito della LIP per vedere che la prima presentazione della legge è stata data in ‘cura’ all’ex responsabile nazionale scuola del PRC dei ‘tempi d’oro’: Loredana Fraleone da Viterbo.
La stessa scelta dei tempi per la raccolta delle firme per presentare questa legge di iniziativa popolare ‘Per la scuola della Costituzione’, una raccolta di firme che, come s’era subito capito, partirà (forse) solo da ora, ‘sotto sotto’ la campagna elettorale, tradiva già dall’inizio la scelta ‘geniale’ di farne strumentalmente un uso meramente propagandistico per cercare di portare a Rifondazione qualche voto del ben più vasto e composito Movimento contro la Legge 107/2015.
Esattamente per questo motivo, proprio i sostenitori della ‘nuova’ LIP scontano in questa fase, e proprio in questi giorni, una forte tensione con il Comitato nazionale che fu ‘del No’, il quale, nonostante l’accordo per una raccolta comune di firme fra ‘Legge costituzionale per l’eliminazione del paraggio di bilancio (art. 81)’ e ‘LIP Scuola’, pare averli abbandonati al loro destino perché Rifondazione è stata esclusa dal nuovo soggetto politico. Quello nato dalle ceneri del ‘Brancaccio’ fra D’Alema, Bersani, Speranza, Fratoianni, Mdp, Si et similia. La frattura è ben intuibile anche dalla scelta della data odierna: la stessa scelta per il ‘lancio’ del nuovo soggetto politico ‘Liberi e uguali’ capitanata da Pietro Grasso, ma in pari orario ed in luogo ben diverso (2).
Per riassumere, la ri-‘costituzione’ dell’opportunismo ed il mero elettoralismo, continuano a sacrificare tutto, in primis Scuola e Democrazia sindacale.
Una conventio ad excludendum contro la costruzione di un progetto, un veto contro la denuncia del monopolio della rappresentanza sindacale, quasi che la democrazia sui posti di lavoro (ed in primis il diritto di assemblea) non avesse una prioritaria rilevanza costituzionale! Quasi non fosse stato strategico, per la controparte, l’eliminazione di fatto del sindacalismo più conflittuale e d’ogni ‘inciampo’ sulla strada del neo-liberismo.
Ad un anno del 4 Dicembre 2016 non basta limitarsi a proporre l’eliminazione delle vergogne più evidenti prodotte dai governi Renzi & Renziloni – ‘manutenzione’ o mera revisione della Buona Scuola, del Jobs Act, della Riforma della Pubblica amministrazione, dello Sblocca Italia – e lasciare in piedi altre più ‘antiche’ (e ‘propedeutiche’) vergogne.
Tantomeno può bastare sacrificare il potenziale di opposizione sociale che la campagna per il No ha evidenziato limitandolo all’eliminazione del ‘pareggio di bilancio’ dalla Costituzione. Il segnale lanciato dal Paese non può essere strumentalmente convogliato sulla prossima campagna elettorale, sul calcolo dei seggi raggiungibili, sulle esigenze dei partiti di riferimento, di quelli esistenti e di quelli in costruzione.
Il No sociale è stato una manifestazione potente di protesta e di ribellione a cui hanno risposto con lo sberleffo di un Governo fotocopia occupato solo a mantenere l’esistente, confermare l’opera di Renzi, foraggiare le banche e ridisegnare una legge elettorale ad usum Delphini, utile a cercare di garantire gli inciuci e gli equilibri politici della futura legislatura.
Dall’altra parte il Comitato Nazionale che ha coordinato la campagna referendaria ha frenato le rivendicazioni fondamentali che hanno generato quel malcontento e quella espressione per privilegiare la questione elettorale e la politica di bottega.
Deve essere chiaro che la massiccia espressione del No sociale ha fatto emergere una protesta che è potuta crescere, in questi anni, solo grazie all’azione continua di quelle forze – sindacalismo di base, nuovi soggetti sociali, organizzazioni non istituzionali e “irregolari” – che, fuori dalla politica del Palazzo e spesso indicate come fomentatrici di ‘disordine’, hanno dato vita a lotte significative nelle piazze, nei territori, sui luoghi di lavoro.
L’opposizione sociale emersa (anche) con il No non è certo stata costruita dai sindacati concertativi che hanno concordato fino dal 1978, con la svolta dell’EUR, la politica dei sacrifici, derubando progressivamente i lavoratori sin dai tempi della riforma Dini, del ‘pacchetto Treu’, della ‘Fornero’, di salario, pensioni, sicurezza, democrazia, garanzie, togliendo loro persino il diritto di assemblea, riservandosi pensioni privilegiate ed il passaggio ad alte cariche dell’amministrazione.
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L’opposizione sociale è stata costruita da chi, come l’Unicobas, si è opposto alle politiche di scempio degli ultimi trent’anni e alle politiche concertative dei sindacati di stato, da chi ha resistito alle discriminazioni e alle marginalizzazioni, lavorando per far crescere la resistenza, la solidarietà, per combattere la paura e le intimidazioni con cui si volevano piegare i lavoratori.
Noi, in quanto sindacato, non abbiamo nessun interesse elettorale diretto e giudichiamo le forze politiche dal programma (e soprattutto da quanto faranno o non faranno). Non ci siamo fatti ‘arruolare’ da nessuno. Non da questo o altri schieramenti, certamente da nessuno fra quelli che hanno già dato prova di governo (con i ben noti risultati).
Neanche dal Movimento 5 Stelle, il cui programma è carente, in particolare nel merito della Rappresentanza Sindacale ove è fermo a generiche ed indistinte contro ‘i sindacati’ in senso lato, nonché della Scuola, visto che non vi prevede l’abolizione secca della L. 107/15, né la volontà di intervenire contro la privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti ed il DL.vo 29/93. Crediamo che questo sia il momento della chiarezza e (finalmente) di una sana radicalità. Questo è il momento nel quale il mondo del lavoro deve farsi sentire, senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Per questo l’Unicobas rilancia su obiettivi concreti di mobilitazione sociale, facendo appello a tutti coloro che hanno a cuore la volontà di un reale cambiamento.
Ivi comprendendo l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione i nostri obiettivi e quelli dei lavoratori vanno ben oltre:
• L’abolizione completa della L. 107/2015, impropriamente chiamata “La Buona Scuola” (salvando le assunzioni);
• L’abrogazione della legge sulla rappresentanza sindacale del 1997 per il settore pubblico che impedisce elezioni democratiche su lista nazionale, negando persino il diritto di assemblea in orario di servizio al sindacalismo di base, nonché del Testo Unico sulle Rappresentanze Sindacali Unitarie, che, per ora nel settore privato, ha sottratto libertà di partecipazione ai processi decisionali e di contrattazione e rappresentatività alle ‘minoranze’ sindacali;
• L’uscita della Scuola dal campo di vigenza del DL.vo 29/93
• L’abolizione del Jobs Act e il ripristino dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori;
• L’abolizione della legge ‘Sblocca Italia’;
• Il ritiro dell’incostituzionale controriforma della Pubblica Amministrazione;
• L’eliminazione della vergognosa legge Fornero;
• La devoluzione del 6% del PIL all’Istruzione.
Più in generale, l’Unicobas sostiene le lotte e le mobilitazioni solidali contro le politiche razziste, le politiche di guerra, le politiche di scempio e devastazione dei territori, a fianco di coloro che intendono contrastare gli indirizzi autoritari che questo come altri governi praticano.
L’ESECUTIVO NAZIONALE DELL’UNICOBAS
Stefano d’Errico (Segretario Nazionale Unicobas)
Alessandra Fantauzzi (membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Claudio Galatolo (Segretario Regionale Unicobas Toscana – membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Stefano Lonzar (Segretario Provinciale Unicobas Roma – membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Paolo Latella (Segretario Regionale Unicobas Lombardia – membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Marco Monzù Rossello (Segretario Regionale Unicobas Sicilia – membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Alvaro Belardinelli (membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
Barbara Gentili (membro dell’Esecutivo Nazionale Unicobas)
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